Da Mawlamyine a Yangon

Una volta autorizzati all’ingresso in Myanmar, è iniziato il difficile: il viaggio in taxi condiviso fino a Mawlamyine. Appena usciti dall’ufficio immigrazione siamo stati presi letteralmente d’assalto dai numerosi autisti che fanno la spola tra la frontiera e le cittadine a valle: le auto sono riempite in ogni spazio disponibile (tetto compreso) e i passeggeri caricati sono sempre più di quelli consentiti; questo significa che, finché il taxi non è pieno, non si parte e la cosa può comportare anche un’attesa di ore.

Allestimento del nostro taxi per Mawlamyine
Allestimento del nostro taxi per Mawlamyine

Gli shared taxi birmani

Ci siamo fatti convincere da un giovane birmano che parlava inglese a condividere un taxi che, apparentemente, aspettava solo noi per partire. Troppo bello per essere vero e infatti non lo era! Abbiamo cominciato a girare per la cittadina per rimorchiare il quarto passeggero, poi di nuovo in quartieri sempre più sgangherati; l’auto era già sufficientemente carica e tutti i sedili pieni per cui non capivamo bene cosa stesse succedendo.

Alla nostra domanda se per caso si stesse cercando qualcuno da mettere sul tetto la risposta è stata “Si… cioè… no, stiamo solo prendendo una scorciatoia perché la statale è intasata”. Ovviamente una balla colossale: dopo un’altra mezz’ora di girotondo si è finalmente materializzato il quinto passeggero che, suo malgrado, ha dovuto farsi il viaggio nel bagagliaio tra le valigie: peggio per lui ma almeno era ora di partire sul serio!

Il posto a sedere del quinto passeggero per Mawlamyine
Il posto a sedere del quinto passeggero

Il nostro compagno di viaggio anglofono si è scusato ripetutamente per il ritardo, anche lui era ansioso di arrivare a destinazione perché la sua ragazza lo aspettava con molta impazienza e dalle ripetute telefonate sembrava pure un po’ incavolata! Ci ha raccontato di essere un marinaio e fotografo originario di Mawlamyine, ma di aver vissuto negli ultimi anni in giro per tutto il sud-est asiatico. Era molto felice per la fine del regime e nutriva grandi aspettative per il futuro. Non ne poteva più di vedere i suoi compatrioti costretti ad emigrare solo per cercare lavori umili ed essere malvisti da tutti e finalmente poteva sperare che i birmani recuperassero la dignità e il rispetto internazionale persi nei decenni passati per via della dittatura.

Lungo la strada e nelle tappe successive ci siamo accorti che tale entusiasmo è molto diffuso: le foto e i ritratti di Aung San Suu Kyi sono onnipresenti sulle auto, sulle abitazioni, sulle magliette etc.

Da MaeSot a Mawlamyine

L’arrivo a Mawlamyine

Mawlamyine, monachelli che giocano a pallone
Due pestiferi monachelli improvvisano un partitone al tempio

Il viaggio dal confine a Mawlamyine, distante in linea d’aria circa 100 km, è durato 6 ore a causa della strada tortuosa e dell’asfalto non sempre in buone condizioni. A ciò si sono aggiunti i controlli dei documenti nei posti di blocco, le pause pranzo, le tappe per consegnare i pacchi ai vari destinatari e per portare i passeggeri a destinazione. Inutile lamentarsi, questa è l’unica opzione disponibile; almeno l’autista ci ha portato dritti al nostro hotel e ce la siamo cavata con 7,5 € a testa.

Mawlamyine è una città sparpagliata, senza un vero centro, e nonostante sia un capoluogo da oltre 300 mila abitanti sembra solo un paesone di campagna.
Il nostro bell’hotel era abbastanza sgangherato per gli standard occidentali, ma una schiera di giovanissimi camerieri, uscieri e valletti faceva del proprio meglio per fornire un servizio “di classe”… il risultato era vagamente surreale e anche un po’ imbarazzante: è evidente che in Myanmar non sono ancora abituati al turismo e ne avremmo trovato conferma anche nelle tappe successive. La colazione comunque è stata la più epica di tutto il viaggio, una specie di pranzo di nozze: papaia, banana, dragonfruit, dolce di riso birmano, succo di frutta, caffè, riso fritto, verdure, uova, wurstel e tisana digestiva (questa fondamentale).

La città è piuttosto mal combinata ma ci sono interessanti templi e qualche locale piacevole sul fiume, con una passeggiata ottima per ammirare il tramonto e i birmani che passano la serata giocando e cenando nei pressi delle numerose bancarelle all’aperto.

I nuovi capelli di Ross attirano molte attenzioni a Mawlamyine!

Sulla collina che delimita la città a nord-est c’è un vasto complesso monastico che dal basso fa un certo effetto e abbiamo subito ribattezzato “il Potala di Mawlamyine“, ma che da vicino si rivela in pessimo stato di conservazione, oltre che pieno di immondizia e derelitti animali randagi. Siamo rimasti colpiti, in generale, dallo stato di abbandono dei luoghi di culto: apparentemente sono tutti abitati dai monaci e frequentati dai fedeli, ma moltissimi cadono in rovina evidentemente a causa di anni di incuria e mancati restauri, dovuti anche al sovradimensionamento delle strutture in relazione alle effettive necessità.

Uno dei tanti grandiosi edifici in rovina a Mawlamyine
Uno dei tanti grandiosi edifici in rovina

Salendo in cima alla collina, dalla terrazza panoramica del monastero, si gode di una vista magnifica sulla città, che appare verdissima, quasi nascosta tra gli alberi, con capre che pascolano serene e imperturbabili davanti alle case o in mezzo alle montagne di rifiuti a bordo strada.

Ecco la grande città di Mawlamyine vista dall'alto!
Ecco la grande città di Mawlamyine vista dall’alto!

Verso la capitale, Yangon

Un giorno è stato sufficiente per recuperare le energie e completare la visita della città. Al mattino seguente abbiamo preso un bus per Yangon; il viaggio è stato più corto del previsto, “solo” 6 ore su un mezzo in ottime condizioni e su strade decenti. L’impatto con la capitale però non è stato dei migliori: la città è caotica, disordinata, sporchissima e, per la prima volta in 10 anni di viaggi in Asia, Ross si è beccata una intossicazione alimentare con i fiocchi che ci ha costretti a rallentare rispetto al programma di visita.

La folla alla Shwedagon pagoda di Yangon
La folla alla Shwedagon pagoda di Yangon

A parte questo, anche le attrazioni turistiche della capitale non ci sono sembrate così degne di nota. La Shwedagon Pagoda è bella, ma la ressa di venditori lungo le scale di accesso ha tolto molto romanticismo. Mentre visitavamo i vari templi interni, inoltre, abbiamo dovuto scappare da strane squadre di spazzatrici (crediamo si tratti di una forma di volontariato): disposte una accanto all’altra, formavano una sorta di cordone e avanzavano con scopettini sollevando un gran polverone e lasciando ovviamente sporco come prima… e non si fermavano nemmeno di fronte ai visitatori, ai quali venivano elargite energiche spazzolate sui piedi se non erano attenti a scansare queste solerti fanciulle.

Bimba con il tipico trucco birmano
Bimba con il tipico trucco birmano

Oltre alla pagoda siamo riusciti a visitare:

  • Chaukhtatgyi Paya, un tempio con un enorme Buddha reclinato che però impressiona solo per la dimensione
  • Ngahtatgyi Paya, un altro famoso tempio che ospita un grosso Buddha seduto
  • Kandawgyi lake, piacevole per la passeggiata lungolago (su una fatiscente passerella in legno) e con una tanto interessante quanto orrido tempio dorato galleggiante all’estremità orientale, lo Shin Upagot Shrine

Shin Upagot Shrine sul lago Kandawgyi a Yangon

  • Botahtaung pagoda, situata lungo il fiume nella parte meridionale di Yangon, si dice che ospiti alcune reliquie di Buddha
  • Heritage trust, piccolo museo con fotografie antiche e recenti di Yangon, a documento dei principali eventi storici della città
Il lago Kandawgyi a Yangon
Il lago Kandawgyi a Yangon

La mitica Bagan

Non appena è stato possibile, siamo partiti da Yangon verso Bagan, la mitica valle dei templi, destinazione top di ogni viaggio in Birmania. Il giorno del trasferimento i receptionist super ansiosi del nostro magnifico hotel ci hanno fatto prendere il taxi per il terminal due ore prima della partenza del nostro autobus, alle 6 di mattina, nel timore che rimanessimo intrappolati nel traffico infernale di Yangon. Ovviamente a quell’ora non c’era nessuno in giro quindi abbiamo avuto un’ora e mezza di attesa al terminal, trascorsa a ciondolare e maledire qualcuno per la levataccia…

Giovani monache a Yangon
Giovani monache a Yangon

Il viaggio fino a Bagan è stato un inferno: l’autobus aveva sedili scomodi e stretti, aria condizionata poco funzionante e la percezione della durata è stata prossima all’infinito, anche grazie ai 3 simpatici bambini che, in compagnia della mamma, occupavano i due sedili dietro di noi e che hanno ammazzato il tempo urlando, tirandoci i capelli e mangiando sulla nostra testa per tutte e 10 le ore necessarie ad arrivare a destinazione.

Bagan però ci ha ripagato di tutta la fatica e ci ha regalato i giorni più spettacolari del nostro viaggio in Myanmar; ne parleremo nel prossimo post.

AleRoss

Apparentemente diversi come il giorno e la notte, analogamente complementari e inseparabili da diverse ere geologiche. Ci unisce l'amore per il viaggio, tra le altre mille cose...

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