Da Bagan a Mae Sot, passando per Mandalay

Dopo esserci divertiti per alcuni giorni scorazzando tra le strade sabbiose di Bagan, siamo partiti per Mandalay. Questa volta il mezzo prescelto é stato un minivan da 19 posti: pensavamo che, con un mezzo un po’ più piccolo dei bus, avremmo viaggiato più rapidi e comodi. Errore! Innanzi tutto, circa 5 minuti dopo essere partiti dalla stazione, il nostro potente mezzo ha fatto una deviazione dal meccanico, il quale dopo essersi steso per 10 minuti sotto il semiasse con una grossa chiave inglese è uscito scuotendo la testa. Ci aspettavamo tutti che il viaggio sarebbe stato cancellato e invece no, il nostro intrepido autista ha fatto spallucce ed è subito ripartito. Come avremmo scoperto presto, il problema era (forse…) solo la rottura dell’impianto di aria condizionata, quindi potevamo tirare un respiro di sollievo! Almeno i freni funzionavano…

Mandalay - Panoramica sul fossato del palazzo reale
Panoramica sul fossato del palazzo reale di Mandalay

Mandalay, l’enorme e caotica Mandalay

Mandalay - mura palazzo reale
Cala la sera sulle mura del palazzo reale

Il viaggio verso Mandalay, durato solo 6 ore, è stato un po’ scomodo per via del caldo e, soprattutto, del fatto che sono stati caricati molti più passeggeri del previsto. La nostra vicina di posto, dopo essersi addormentata con la testa sulla spalla di Ross, ha iniziato a svomitazzare in un sacchetto, continuando a ripetere di non preoccuparsi e che andava tutto bene. In effetti poco dopo anche una signora davanti a noi si è unita allo show e infine persino lo “steward” del minivan (si perché, siccome non eravamo abbastanza stretti, sul minivan c’erano pure due steward!). Per fortuna il contagio si è limitato e dopo un bel po’ i moribondi si sono ripresi.

Una volta arrivati a destinazione ci siamo resi conto delle dimensioni immense della città e del suo cuore, il palazzo reale. Si tratta di un quartiere quasi integralmente occupato dai militari, immerso in un parco (incolto), circondato da mura e da un fossato quadrato di 2,5 km per lato. In prossimità del lato nord si erge una collina con templi panoramici e quella è stata la nostra prima destinazione.

Purtroppo le condizioni delle scalinate di accesso, delle terrazze intermedie e degli stessi templi sono davvero disastrose: decine di cani randagi, discariche a cielo aperto, famiglie di senzatetto accampate ovunque e, in generale, un senso di degrado aleggiante. Il tutto ovviamente da percorrere a piedi nudi. Arrivati in cima si gode comunque di un bel panorama e si ha la percezione di quanto la città si estenda in ogni direzione.

Mandalay - Tempio sulla collina
Ale osserva sconsolato il sacro terreno del tempio ridotto a discarica…

Il ponte in legno piú lungo del mondo e le attrazioni locali

Il giorno seguente abbiamo sfidato il traffico e ci siamo diretti verso l’U-Bein bridge, ovvero il ponte in teak più lungo del mondo. In realtà si tratta di una passerella in legno abbastanza sgangherata, con chiodi che spuntano da tutte le parti e travi mezze marce, ma la location è bellissima, con i prati in riva al fiume, gli animali al pascolo e le barche dei pescatori.

Mandalay - U-bein bridge
Il ponte in teak più lungo del mondo non è esattamente un capolavoro di ingegneria…
Mandalay - Vista da U-bein
La campagna che circonda l’U-bein bridge

Tornati in città ci siamo dedicati alla visita del mercato della giada e di vari templi, tra cui il Shwenandaw Kiaung, splendido monastero in teak in ottime condizioni di conservazione e davvero suggestivo. Nota negativa per il palazzo reale ricostruito negli anni ’90 – dopo la quasi completa distruzione della seconda guerra mondiale – e situato nel bel mezzo della zona militare off limits, che abbiamo trovato davvero asettico e per nulla suggestivo.

Mandalay - Shwenandaw Kiaung
La pagoda Shwenandaw Kiaung prova a tenere alto il nome di Mandalay
Mandalay - Sandamuni Paya
La Sandamuni Paya è una sorta di biblioteca: ogni stupa contiene una grossa lastra in pietra incisa con un testo sacro

Verso Hpa-An, di notte

Dopo Mandalay abbiamo deciso di riavvicinarci al confine con la Thailandia perché il Myanmar stava letteralmente prosciugando le nostre energie e il nostro entusiasmo. Non reggevamo più il caldo afoso, le strade dissestate piene di buche, le distanze enormi, il caos e soprattutto la polvere e l’inquinamento che facevano bruciare occhi e gola. La Birmania è forse il paese più rumoroso del sudest asiatico per via dello stile di guida totalmente anarchico: tutti suonano il clacson ogni secondo e pare che questo dia il diritto di eseguire qualsiasi manovra. Dopo quasi due settimane quest’abitudine ci stava stressando non poco: non è affatto divertente girare in bici o in moto a queste condizioni.

Hpa-An - campagna
A Hpa-An abbiamo finalmente trovato una bella campagna!

Così siamo partiti su un night bus – per una volta – comodissimo alla volta di Hpa-An e ci siamo risvegliati alle luci dell’alba già a destinazione. Giusto il tempo di lasciare i bagagli in camera e siamo saltati su uno scooter in esplorazione delle campagne circostanti. Qui, in mezzo alla natura e lontani dal traffico, ci siamo un po’ riconciliati con questo paese verso il quale nutrivamo alte aspettative e che desideravamo visitare da anni, ma che alla fine si è rivelato uno di quelli che con cui siamo entrati meno in empatia in tutta l’Asia.

Hpa-An - grotte sacre di KawGon
Le grotte sacre di KawGon sono un po’ malcombinate, ma l’atmosfera e la devozione dei fedeli compensano abbondantemente

Hpa-An é una piccola cittadina che vale una visita veloce, i suoi dintorni offrono numerose attrazioni minori come le suggestive grotte sacre KawGon o la curiosa pagoda Kyauk Kalap. Quest’ultima è abbarbicata in posizione molto precaria in cima ad un roccione verticale nel bel mezzo di un laghetto; la salita attraverso una scaletta a chiocciola in legno è spaventevole, ma purtroppo chiusa al momento della nostra visita. Il tempio, noto per le simpatie democratiche di un suo vecchio leader, era affollato probabilmente a causa dei festeggiamenti per la nomina del nuovo governo democratico.

Hpa-An - pagoda Kyauk Kalap

Il ritorno a Mae Sot, Thailandia

Memori di come era stato il viaggio di andata dalla frontiera birmana fino a Mawlamyine, questa volta abbiamo optato per un comodo e relativamente economico taxi privato e ci siamo goduti il paesaggio che scorreva ascoltando della buona musica. La prospettiva di essere a pochi chilometri dalla Thailandia ci stava ricaricando al massimo!

Tornare a Mae Sot dopo due settimane e ritrovare le strade e i ristoranti che conoscevamo è stato emozionante oltre che rigenerante, anche perchè sapevamo che questi sarebbero stati gli ultimi giorni di questi mesi di viaggio in Asia.

MaeSot-frontiera
Il traffico di clandestini Birmani a due passi dal ponte e dai posti di frontiera
MaeSot-frontiera
I militari tailandesi pattugliano le barricate di filo spinato al confine facendo finta di non vedere le decine di clandestini che entrano ed escono!
MaeSot-frontiera
Dall’altro lato del ponte la situazione non pare diversa…

AleRoss

Apparentemente diversi come il giorno e la notte, analogamente complementari e inseparabili da diverse ere geologiche. Ci unisce l'amore per il viaggio, tra le altre mille cose...

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